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Conferenza tenuta dal maggiore Prof. Enrico Maddalena del Dipartimento Attività ...

L’idea della fotografia

19 aprile 2013.Photo+Graphia

Ogni invenzione non è che la realizzazione di una idea che la precede. E l’idea spesso nasce dall’osservazione di qualche fenomeno capace di incuriosire e di affascinare. È stato ad esempio così per il volo, nato dall’osservazione degli uccelli, in grado di librarsi in aria liberandosi della gravità. Antico sogno dell’uomo, espresso nel mito di Icaro.

L'idea della fotografia scaturisce dall'osservazione di quelle immagini create dalla natura in modo automatico, vale a dire le ombre e le immagini riflesse negli specchi, e dal desiderio di catturarle, fissandole stabilmente su di un supporto.

Nel mito della Fanciulla di Corinto, si parla della figlia di un vasaio, che traccia il profilo del fidanzato (in procinto di partire per un lungo viaggio), seguendone i contorni dell’ombra sul muro. Ed è straordinario come un qualcosa di analogo, i ritratti di profilo “alla silhouette”, fossero di moda tra la fine del ‘700 e nei primi anni dell’800, appena prima che Niepce e Daguerre in Francia e Talbot in Inghilterra inventassero la Fotografia.

Anche le immagini riflesse hanno avuto il loro ruolo. Gli specchi in particolare hanno da sempre esercitato un grande fascino. Alcuni storici raccontano che, intorno al 1300 ed in particolare in Francia, i pellegrini che assistevano in folle numerose all’ostensione di sacre reliquie nei santuari, portavano con sé degli specchi legati a lunghe canne per poterle vedere anche dalle ultime posizioni. Conservavano poi gelosamente questi specchi che “avevano contenuto” l’immagine sacra.

Non per nulla il dagherrotipo vennero anche denominato “specchio dotato di memoria”. La lastrina argentata aveva infatti la lucentezza dello specchio ed era in grado di conservare l’immagine che le era stata “riflessa” dall’obiettivo.

Ma torniamo all’ombra. Le prime “fotografie” non sono state che semplici registrazioni di ombre. Wedgwood, figlio di un noto ceramista inglese (guarda caso, figlio di un vasaio come la fanciulla di Corinto), registrava le impronte di foglie e di altri oggetti , su carta e pelle imbevute di nitrato d’argento.

La stessa cosa faceva agli inizi Talbot, con le sue “sciadografie”, dal greco skià e gràphein che significa letteralmente “disegnare l’ombra”. Ed è interessante come questo termine preceda quello di “fotografia” , che ha a che fare invece con la luce: photòs.

D’altra parte, Schulze, scopritore della proprietà del nitrato d’argento di scurirsi alla luce, aveva chiamato questa sostanza “scotophorus”, da skòtos, oscurità: ancora l’ombra. Anch’io mi sono avvicinato alla fotografia, quando avevo cinque anni, grazie a mio padre che mi regalava le carte scadute. Le ricoprivo di foglie, piume e sassi e le esponevo poi al sole. Le vedevo divenire color porpora alla luce, poi correvo all’ombra per ammirare, stupito ed affascinato, l’impronta (l’ombra) che gli oggetti vi avevano lasciato.

L’antico sogno si è realizzato quando è stato possibile “catturare” l’immagine prodotta nella camera oscura, grazie agli degli alogenuri d’argento (ioduro per Daguerre e cloruro e ioduro per Talbot) più sensibili del nitrato, allo sviluppo dell’immagine latente (con i vapori di mercurio per Daguerre e con l’acido gallico per Talbot) e all’indispensabile fissaggio reso possibile dall’iposolfito di sodio suggerito a Talbot da Herschel.

Ma torniamo alle ombre: ve lo ricordate il "Mito della caverna" di Platone?
"L'uomo è come un prigioniero incatenato in una caverna, con le spalle rivolte all'apertura e la faccia alla parete. Fuori brilla una gran luce, nella quale passano gli esseri reali. La luce, filtrando attraverso l'apertura, ne proietta le ombre sulla parete e l'uomo crede di vedere il mondo reale, mentre in realtà ne vede solo l'ombra." Se ci riflettiamo, con le nostre fotocamere supertecnologiche, noi non fotografiamo le cose, ma la luce che le cose, riflettendola e modulandola (e in un certo senso rifiutandola), ci rimbalzano indietro. In effetti, la fotografia di un soggetto, è essa stessa “un'ombra" delle cose. Noi non fotografiamo che delle "apparenze".

O, forse, più che le cose, non fotografiamo che noi stessi, fotografiamo i nostri sogni.

Enrico Maddalena

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