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Conferenza tenuta dal maggiore Prof. Enrico Maddalena del Dipartimento Attività ...

La profondità di campo

5 febbraio 2013.Photo+Graphia
Premessa

La profondità di campo è un fenomeno esclusivamente fotografico. Pur se la nostra visione è nitida solo in una porzione centrale del campo visivo (corrispondente alla fovea), percepiamo tutto a fuoco (a meno di soffrire di difetti visivi) poiché dirigiamo lo sguardo continuamente su ciò che ci interessa in maniera da farlo cadere, appunto, sulla fovea.
È per questo motivo che, quando leggiamo (come state facendo adesso) facciamo scorrere continuamente lo sguardo lungo le righe.

Tutti i dipinti di era prefotografica, sono nitidi su tutto il quadro. E le lontananze soffuse e nebbiose sono solo prospettiva aerea e nulla hanno a che fare con lo sfuocato.

Già i pittori vedutisti del 1700 che facevano uso della camera ottica per i loro schizzi, si accorsero che, per aver nitidi i loro paesaggi, dovevano “mettere a fuoco”.

Definizione

La profondità di campo (abbreviata p.d.c.) è la zona di spazio che la fotocamera riesce a mantenere sufficientemente nitida. Essa ha quindi una sua estensione spaziale fra due piani, uno prossimo ed uno remoto. In molti casi il piano remoto si perde fino all’infinito.
Ciò che è fuori dalla p.d.c. appare sfuocato nella foto.

Da che dipende

Conosciute le cause di un fenomeno, abbiamo le chiavi per poterlo controllare.
Essa dipende fondamentalmente dall’apertura di diaframma e dalla distanza di ripresa.
È noto che nella macrofotografia, dove si riprendono soggetti da breve distanza, è praticamente impossibile avere tutto a fuoco.

Apertura di diaframma:
Più si chiude il diaframma, più aumenta la p.d.c. e viceversa. Ad f/8 la p.d.c. è più estesa che ad f/4.

Distanza di ripresa:
Più lontano è regolata la messa a fuoco, maggiore è la p.d.c. (e viceversa).

Ma non è finita qui. Per ragioni complesse che non sto a spiegare (dovremmo mettere in campo formule e concetti più complessi come il "circolo di confusione"), c'entrano in qualche modo anche la lunghezza focale e le dimensioni della pellicola (o del sensore).

Focale:
È più facile avere un' ampia p.d.c. con un grandangolo che con un teleobiettivo. I reporter che debbono scattare velocemente per non perdere l'evento, usano generalmente corte focali che, permettendo ampie p.d.c. non necessitano di una messa a fuoco accurata.
Per contro nei ritratti è preferibile usare focali piuttosto lunghe, oltre che per ragioni prospettiche, perché una ridotta p.d.c. attenua lo sfondo portando l'attenzione sul soggetto.

Formato:
Macchine di piccolo formato, come le compatte, presentano una elevata p.d.c. e questo è spesso uno svantaggio ed una limitazione per chi intende usare la fotografia a fini creativi.

I grandi formati invece sono caratterizzati da una p.d.c. piuttosto limitata ed occorrono davvero piccole aperture di diaframma per estenderla. Possiedono obiettivi che possono chiudere fino ad f/64 (le comuni reflex non arrivano a tanto). Un famoso gruppo fotografico cui apparteneva anche il grande Hansel Adams, si chiamava appunto Gruppo f/64 poiché aveva la filosofia del tutto a fuoco. Il grande formato mi affascina appunto, oltre che per il dettaglio che è in grado di catturare, per la sua capacità di isolare fortemente il soggetto dallo sfondo.

Uso espressivo della profondità di campo
Fra le tante possibilità del linguaggio fotografico, quella della scelta dell'estensione della p.d.c. è certamente una delle più importanti. Se vogliamo portare l'attenzione sul soggetto evitando la distrazione che uno sfondo troppo nitido comporterebbe, utilizziamo una p.d.c. ridotta. Se invece lo sfondo è importante perché contribuisce a raccontare il soggetto, allora utilizziamo una p.d.c. estesa. Immaginiamo di voler riprendere un ciabattino nella sua bottega. Ci ha colpito il volto dell'uomo, scavato dalle rughe, il suo sguardo, la barba incolta, il suo abito trasandato. Una ridotta p.d.c. ci aiuterà a convogliare l'attenzione su questi aspetti.

Ci ha colpito invece il disordine della bottega, gli attrezzi sparsi dappertutto, le scarpe disposte per ogni dove. Ci è necessaria in questo caso una p.d.c. estesa.

È come nello scrivere e nel parlare. Pensate ad un oratore logorroico che cerca di esprimere un concetto con mille parole, saltando di palo in frasca, dicendo mille cose. L'ascoltatore fa fatica a seguirlo ed alla fine non capisce bene dove volesse andare a parare. Cos'ha detto? Ve lo sarete chiesto anche voi in qualche occasione. È come il fotografo che, mettendo tutto a fuoco, anche elementi inutili, devia l'attenzione dal vero soggetto.

Al contrario, pensate allo stesso oratore che, dando per scontato elementi importanti che scontati non sono, non ne parla con la conseguenza che non si capisce bene cosa volesse dire o il suo messaggio viene travisato. È il caso del fotografo che, per una p.d.c. troppo limitata, rende il soggetto irriconoscibile o, comunque, non comunica ciò che intendeva comunicare.

Infatti, mentre il fotografo vive la scena che lo ha colpito per esserci dentro con tutti i cinque sensi, il fruitore dell'immagine può averne conoscenza solo attraverso gli elementi presenti nell'immagine.

Enrico Maddalena

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