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Bufale fotografiche

11 aprile 2013.Photo+Graphia

Anche in ambito fotografico girano leggende metropolitane alcune delle quali talmente ben radicate che le si ritrova su qualche libro, in tv o addirittura sulla bocca di qualche docente di fotografia. Ve ne cito solo tre fra le più frequenti:

Gli acidi fotografici

È questo il termine con cui vengono frequentemente indicati i bagni di sviluppo e fissaggio in uso nella fotografia analogica. Peccato che non si tratti proprio di acidi. Anzi, il bagno di sviluppo ha pH basico perché se l’ambiente fosse acido non potrebbe funzionare. Quindi il rivelatore è tutto il contrario di un acido. Il fissaggio poi è una soluzione acquosa del tiosolfato di sodio che è un sale e non un acido. L’unico bagno acido che si usa a volte in camera oscura, è quello con acido acetico (questo sì un acido, anche se debole) che serve proprio per arrestare l’azione del bagno di sviluppo.

La luce rossa

In tutti i film che vediamo e nei quali compaia una camera oscura analogica, questa è sempre illuminata da una caratteristica luce rossa durante lo sviluppo delle stampe. Ormai è diventato uno stereotipo. Per le carte si usa invece la luce giallo-verde o ambra e questo perché l’occhio umano è particolarmente sensibile alla lunghezza d’onda intorno al giallo-verde. È una luce inattinica che vuol dire incapace di impressionare la carta sensibile.

Sviluppare alla luce rossa non è comodo sia perché l’occhio è meno sensibile a questa zona dello spettro, sia perché è una luce che inganna per quanto riguarda la percezione del contrasto e quindi si rischia, a meno di non essere davvero molto esperti, di estrarre la foto dal rivelatore troppo presto. La luce rossa è invece indispensabile durante lo sviluppo in bacinella delle pellicole ortocromatiche che sono cieche al rosso ma non al giallo o al verde. Per quanto riguarda le pellicole negative o quelle a colori, lo sviluppo deve avvenire al buio assoluto in apposite tank a tenuta di luce.

Profondità di campo

Si legge e si sente dire purtroppo molto spesso che la profondità di campo si estende sempre per un terzo prima e per due terzi dopo il piano di messa a fuoco. Grossa corbelleria che mi fa accapponare le pelle ogni qualvolta la sento. Basta utilizzare un qualunque programmino per il calcolo della p.d.c. per rendersi conto che non è vero. Anzi, alle brevi distanze la pdc si estende prima e dopo del piano di messa a fuoco della stessa quantità.

Mano a mano che il piano di messa a fuoco si allontana, la zona posteriore inizia ad aumentare sempre più rispetto a quella anteriore ed in una progressiva infinità di rapporti (altro che 1/3 – 2/3). Tanto per fare un esempio, usando le formule o ricorrendo alla app SimpleDof (o a qualunque altro programma) si può vedere che, con focale 50 mm, apertura f/8 e messa a fuoco su 2 m, la pdc si estende per 22,19 cm prima e 28,52 cm poi e non mi pare che 28,52 sia il doppio di 22,19.

Ma anche un ragionamento sull’iperfocale mette in evidenza l’assurdità di tale presunta regola: con lo stesso programma e stessi parametri di scatto, si legge che la distanza iperfocale è di 15,68 m. Questo vuol dire che, se regoliamo il fuoco sul’iperfocale (15,68 m appunto) avremo a fuoco da 7,89 m all’infinito. E di certo l’infinito non è il doppio di 7,89 metri!

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